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Quello che mamma non deve sentire
 
Mercoledì si laurea Miss Wintour che, sono sicura, farà una discussione sfavillante.Lo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, discuterà la tesi pure Pahola, che mi ha citato pure tra i dedicatari della tesi.“E a Gloria, senza la quale non c’è gusto a discutere cosa sia letteratura e cosa no”.Lunedì prossimo si laurea anche Beerman, il quale come regalo da parte della sottoscritta si ritroverà una copia di Finzioni di Borges, la stessa che lui mi ha prestato un anno fa e che io ho finito di leggere giusto ieri.
Meglio tardi…

Comunque – come avrete certamente intuito – sono circondata da laureandi, il che mi ricorda costantemente che io non ho ancora scritto una riga di tesi malgrado la mia bibliografia attuale superi i sessanta volumi.
Riuscirà la nostra eroina a laurearsi entro dicembre?

Nell’attesa che il prof mi autorizzi a iniziare la stesura definitiva non posso fare altro che continuare ad accumulare bibliografia e fronteggiare questo caldo umido e appiccicoso che, probabilmente, mi sta dando un po’ alla testa.
Mi rendo conto che questa è una cosa che scrivo ogni estate. Ma ‘stavolta la faccenda è seria veramente. L’altra sera, per dire, mi sono messa a cercare le canzoni dei Pooh su Youtube, il che la dice lunga sul mio smarrimento interiore.
Per fortuna avevo le cuffie ben premute sulla testa e mia madre non mi ha sgamata (…spero!).
Quando era giovane e nubile colei che mi mise al mondo nutriva una vera ossessione per il gruppo di Canzian e compagnia. Tale fissazione si manifestava nei modi più diversi: dietro sua stessa ammissione si sdilinquiva come una lontra in calore se durante un concerto riusciva a sfiorare (più o meno casualmente) un membro del gruppo. Ha passato pure i pomeriggi di domenica appostata fuori dalla villa al lago dei nostri.
Quando ero piccola era tutto uno stridio di musicassette con la Piccola Katy impigliata del mangianastri. Già a tre anni i Pooh mi facevano girare i ciglioni. Qualche anno dopo ho scoperto il punk hardcore. Il resto è storia.
Poi, l’altra sera questa regressione al falsetto. Secondo me è tutta una questione di scompiglio ormonale (leggasi: ho bisogno di un uomo).
La stramberia dlla situazione sembra riflettersi nelle parole stesse dei Fab four («Ma che coraggio che hai…Come fai??? ») lasciandomi, se possibile, ancora più perplessa.

Soundrack: Pooh, Dammi solo un minuto

postato da sempreinbilico alle 16:51 del giorno sabato, luglio 04, 2009
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“…Come hanno potuto contare 40 milioni di schede in 24 ore?”

Friedrich Engels scrisse  di aver imparato più  cose sulla società francese dalla Comédie humaine di Balzacche «da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme».
Per quanto mi riguarda ho appreso più cose sull’ attuale situazione iraniana dalla rielaborazione di Persepolis diffusa online che da tutti i servizi  che mi è capitato di vedere alla tv in questi giorni.
Leggete e girate agli amici questo link: Spreadpersepolis.com

postato da sempreinbilico alle 18:33 del giorno giovedì, luglio 02, 2009
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Svelo  l’arcano
(Sempre che ve ne fotta qualcosa)
 

A volte ci è difficile credere che ci sia esiste una sola cosa giusta da fare.
Succede però che un frinire interiore ci perseguiti sollecitandoci a fare qualcosa, non tanto perché potrebbe servire a qualcosa, quanto perché è giusto farlo.Anche se preferiremmo farci tatuare – I love Matteo Branciamore - sotto l’ombelico piuttosto che dare retta a questo ronzio interiore.Sono dettagli apparentemente irrilevanti quelli che ci convincono a prendere decisioni antipatiche.
Come la vista di una serena famigliola di anatre nella propria piscina che ha convinto Tony Soprano a consultare una strizzacervelli.Nel mio caso è stata una richiesta di amicizia inoltrata da mia sorella su Facebook. A Skellington, così per fare due chiacchiere ogni tanto. E lui l’ha rifiutata. Non vuole rimuovere solo me. Anche qualsiasi cosa gli ricordi la sottoscritta. Come lui ha scritto a mia sorella per giustificare il suo rifiuto lei fa parte di un periodo che lui vuole dimenticare.
Bene, io sono venuta a conoscenza di questo episodio per pura coincidenza. Mia sorella non si dimostra sempre un’aquila ma, questa volta,che sarebbe stato meglio non farmelo sapere, l’aveva capito al volo.. Ma il caso ha voluto che venissi messa a parte di questa patetica faccenda.
E’ stato come sentirsi paragonata a  una specie di gigantesco neo, di quelli che se si vuole asportarli come si deve, bisogna anche rimuovere una bella fetta di tessuto sano intorno. Nella fattispecie quella povera disgraziata di mia sorella che in tutti i dissapori tra me e Skellington non c’entra proprio un cazzo. E sia chiaro, io sono anni che non le chiedo informazioni su quello là.
Che però la rifiuta su Facebook, in quanto mia sorella.
Manco gli avessi sterminato la famiglia a colpi di bazooka.

Ho fatto quello che non ero riuscita a fare in due anni: ho aperto un file .doc e gli ho scritto.
Quindici righe in poco più di mezzora.
Una mail asciutta asciutta,insomma, senza nessun riferimento alla mia vita attuale.
Spero di essere riuscita a depurarla da qualsiasi manifestazione di rancore, anche se vi garantisco che si è trattato di un boccone difficile da ingoiare.
Ho accennato al fatto che per me è piuttosto difficile essere considerata alla stregua  di un grosso tumore. Ma soprattutto gli ho detto che in ogni caso non ho intenzione di interferire con la sua vita né su Facebook né – questo non l’ho scritto ma spero abbia afferrato – altrove.
Che poi, io ho disattivato il mio account su Facebook da mesi, quindi non deve temere di veder comparire una mia fotografia da un momento all’altro.
Bene. Ho fatto quello che dovevo.
Lasciatemi dire però che mi rattrista constatare che malgrado tutta l’amicizia e l’amore che ho provato per lui,l’unica cosa che posso fare è mettere i puntini sulle i di – Ma che cazzo stai facendo???-.
Doveroso sì, ma piuttosto inutile.
A questo punto – se ci credessi ancora – direi di avere proprio bisogno di un abbraccio.
Ma, ahimè, è da un po' che fatico a credere nelle strette sincere.
Non sia mai che il contatto vi susciti repulsione e le vostre braccia si cospargano di piaghe prulente. Detto tra noi, non me lo perdonerei mai.

Soundtrack: Un giorno balordo, Diaframma

postato da sempreinbilico alle 21:36 del giorno mercoledì, luglio 01, 2009
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Nel mio intimo c'è Chili

Ebbene sì. Sono ancora piuttosto piccata...
postato da sempreinbilico alle 15:16 del giorno domenica, giugno 21, 2009
commenti (3) # linka questo post # letteratura per disperati
Ovaie in caduta libera. Ho ancora il fegato ribaltato per la faccenda di ieri. Una faccenda piccina, probabilmente insignificante, una storia di ordinaria meschinità che forse vi racconterò. O forse no. Perchè non è bene indugiare sulla mediocrità dell' essre umano. Bisogna elevarsi. Allora sapete che faccio? Siccome non ne pubblicavo da un po', invece della devastazione totale  vi lascio una recensione che mi è capitato di scrivere qualche settimana fa, ovvero riciclo questo file in

Un post erudito

Enrique Vila-Matas
Bartleby e compagnia, pp.180
Feltrinelli, Universale Economica. Euro 8.
 

Ai più potrà apparire un romanzo greve, pesante, a tratti addirittura pedante. Ma se siete affetti da una qualche forma di ossessione letteraria questo diario dell’ impiegatuccio Marcelo vi suonerà curiosamente familiare. Alessandro Zaccuri in Il signor figlio riprendeva questo monito di  Monaldo Leopardi: Pria de parlare pensace un'ora: prima de scrivere pensace un'anno, ed di poi non scrivere". Citazione che riprendiamo anche noi perché Bartelby e compagnia dello spagnolo Enrique Vila-Matas - Iddio benedica chi ha deciso di ristamparlo - parla esattamente di questo: del labirinto del No in cui si infilano gli intellettuali che decidono di rinunciare alla scrittura. Si sceglie il mutismo letterario per i motivi più disparati. Marcelo, scrittore colpito a sua volta da agrafia raccoglie nei suoi appunti le vicissitudini di quegli artisti che «pur avendo una coscienza letteraria(o forse proprio per questo), finiscano per non scrivere più nulla; oppure scrivano uno o due libri e poi rinuncino alla scrittura, oppure, ancora, dopo aver avviato senza problemi un work in progress, si ritrovino un giorno letteralmente paralizzati per sempre ». Una carrellata di personaggi sia reali che immaginari  si susseguono come esempi di mutismo letterario. Alcuni sono notissimi come Socrate, fiero oppositore della scrittura, o Bartleby, lo scrivano di Melville, il quale, dopo aver rinunciato alla letteratura, per compensare il suo vuoto si mise quietamente a mangiare biscotti. Alcuni, invece, sono i ritratti di  illustri sconosciuti. Tra gli altri citiamo Clèment Cadou ex aspirante scrittore che abbandona le belle lettere giustificandosi:«E’ che mi sento un mobile, e i mobili, che io sappia, non scrivono».Se egli sia realmente esistito oppure no, non ci è dato sapere. Ma al di là del rincorrersi di personaggi e citazioni a un certo punto abbiamo l’impressione che la chiave del romanzo risieda in una frase di Susan Sontag: «l’atteggiamento veramente serio è interpretare l’arte come un mezzo per raggiungere qualcosa che forse si può ottenere solo abbandonando l’arte». Quel qualcosa, leggendo tra le righe, è la vita che sfugge via dalle dita del malaticcio e solitario protagonista assorto nelle sue elucubrazioni sulla rinuncia alla scrittura. Sotto la patina della letteratura affiora una solitudine lancinante. La si coglie già dall’incipit, così secco e folgorante da riecheggiare l’inizio delle Memorie del sottosuolo. Tra una riflessione erudita e l’altra trapelano gli echi della non-vita amorosa di Marcelo: indimenticabile il personaggio di Maria Lìmes Mendez aspirante romanziera  inibita dagli articoli di Roland Barthes sull’impossibilità dell’inizio e dai romanzi di Robbe-Grillet. La grottesca  paralisi letteraria di questa donna (alter ego in gonnella del protagonista) diventa l’emblema di un’osessione letteraria così grande e assoluta da fagocitare le possibilità concrete dell’ esistenza. Si vive per scrivere o si scrive per vivere? E’ giusto considerare la letteratura una compensazione (o una sublimazione) della vita? Vila-Matas cita dal diario di tal Joseph Joubert: «Ma qual è effettivamente la mia arte? Che fine persegue? Che cosa mi propongo e desidero esercitandola? Sarà forse scrivere e verificare che mi leggano? E’ l’unica ambizione di tanti! E’ quel che voglio anch’io? Ecco cosa devo indagare, a lungo accuratamente, fino a saperlo». Leggendolo ci è venuto da pensare che questo cervellotico Bartlebly e compagnia getta un cappa di ossessioni sulla testa del lettore. E allora perché consigliarlo? Innanzitutto perché con il susseguirsi di citazioni diventa  una ricchissima mappa di possibili percorsi di lettura. Ma sopratutto va letto perché dà voce alle più segrete ossessioni del letterato o aspirante tale, colui che prima di coricarsi, appoggia il classico sul comodino convincendosi che non è degno di prender la penna in mano. A quanti di noi è successo? Eppure il sacro fuoco della scrittura è inestinguibile per coloro che se lo sentono ardere dentro. Malgrado la consapevolezza della nostra mediocrità. Anche se sospettiamo che la letteratura non basti da sola a riempire la nostra esistenza lo stesso protagonista per quanto disilluso non riesce a rinunciare alla stesura delle sue note sull’antiletteratura. In fondo lo ammette lui stesso nelle brevi note dedicate a Primo Levi: «La letteratura per quanto ci appassioni negarla, permette di riscattare dall' oblio tutto ciò su cui lo sguardo contemporaneo, sempre più immorale, pretende di scivolare sulla più assoluta indifferenza». Una riflessione flebile, quasi in sordina ma che irradia un raggio di speranza sulle pagine del romanzo e negli occhi di chi legge.Bartleby e compagnia: un libro per quanti apprezzano la riflessione erudita ma sotto sotto amano anche farsi coinvolgere da un delicato intimismo.

 
postato da sempreinbilico alle 16:07 del giorno giovedì, giugno 18, 2009
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Senza se e senza ma

Domani ci sarà tempo per la comprensione, e per l'indulgenza, forse.
Stasera però, io disprezzo.

Soundrack: Dritto contro un muro, Negazione

postato da sempreinbilico alle 23:52 del giorno mercoledì, giugno 17, 2009
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Wonder Six feet under
(E io, nella migliore delle ipotesi scriverò la sceneggiatura di qualcosa tipo Vivere...)
 

Ruth (parlando di Nate): “Devi essere onesta con lui. E’ più fragile di quanto sembri”
Brenda:”…Non lo siamo tutti?”

 
 

Si allunga la lista delle serie tv che sto visionando per la tesi. Questa settimana è stata la volta di Six feet under, prodotta dalla cable HBO. In un mondo migliore di questo, invece di farmi il culo per finire a lavorare in una redazione qualsiasi, mi starei sbattendo per poggiare le chiappe su una scrivania di questo canale via cavo, che secondome, quanto a sperimentazione narrativa è imbattibile. Altro che le i telefilm de noantri…
Ma bando alle lamentazioni che non ci portano da nessuna parte e largo ai consigli: Six feet under ideata da Alan Ball (lo sceneggiatore di American Beauty) merita sul serio. Quindi fate in modo di scar.. ops recuperarvela.
Devo ancora capire se SFU è consapevolmente ispirata alla graphic-novel di Alison Bechdel, Fun Home. Tra le due ci sono molti elementi in comune: l’impresa funebre, l’omossesualità dei protagonisti….
In ogni caso lo show della HBO è un capolavoro, sia dal punto di vista della fotografia (da Gotico americano) che sotto il profilo della sceneggiatura piena di rimandi e riferimenti a puntate precedenti e alla letteratura.
Il maggiore degli eredi Fisher,Nate,  si è risolto a fare il becchino. Brenda la sua partner fa la massaggiatrice. Uno maneggia corpi morti, l’altra accarezza epidermidi vive. Uno è taciturno al limite della rimozione. L’altra sviscera le questioni al limite della nevrosi psicanalitica.
Ruth, la madre di Nate sembra uscita dal pennello di Grant Wood. La figlia minore Claire invece assomiglia a un personaggio di Ghost World.
Ma il vero concentrato d contraddizioni potenzialmente esplosive è David, il  secondogenito, giovanotto ligio al dovere, che vive la propria omosessualità in un vortice di sensi di colpa. Invece ill suo compagno, il poliziotto Keith, è il personaggio più assennato di tutta la serie.
Personaggi complessi per dei dialoghi stupendi, che meriterebbero una trascrizione integrale. Sono illuminanti sulla vicenda, sui personaggi e anche su di noi spettatori. In un episodio il fantasma di un certo Paco, ucciso da una gang rivale, rimprovera a David di essere  tanto reticente nei confronti della propria natura da rinnegarla, come Simon Pietro con Gesù Cristo (viene espressamente citato il Vangelo di Giovanni?). Ve l’ immaginate il Libro dei Libri in bocca a, che ne so, Marco dei Cesaroni? Per dire cosa, poi?
La miglior serialità americana contemporanea sprigiona una carica  di autenticità che mi fa sempre pensare ai romanzi dell’ 800, alla grande letteratura: quella che sviscera, problematizza, riflette.
E ci ricorda che malgrado tutte le nostre differenze l’esperienza umana ci fa fare i conti con lo stesso problema. Quello del Senso (con la S maiuscola). Perché anche se non ci pensiamo mai è una questione che scorre sotterranea nelle nostre vite. E che serie come SFU riescono a raccontare ficcando il dito in posti dove di solito abbiamo paura di metterlo.

Soundrack: The Davlins, Waiting
postato da sempreinbilico alle 15:49 del giorno sabato, giugno 13, 2009
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Nelle sere nere il sole esiste per tutti
 
Possiamo scrivere che siamo pieni di gioia, pieni di perplessità, pieni di dolore, pieni di energia, pieni di riserve ma scrivere di sentirsi pieni di vuoto suona come un ossimoro di un’ingenuità imbarazzante. Da quindicenni maledetti o da gruppi pop rock (più pop).
Eppure è così che mi sento la sera, dopo cena da qualche giorno a questa parte.
Piena di vuoto.
Sarà perché ho preso l’abitudine di ascoltare Fotografie della tua assenza?
E poi quell’altra canzone di Tiziano Ferro, Il sole esiste per tutti.
Ah, forse qualcuno di voi non lo sa, ma ho rischiato di vedere Tiziano live in concert un po’ di tempo fa. Mi hanno convinta e ho sborsato trenta euro. Sono andata al posto giusto all’ora giusta ma la ragazza che aveva in custodia i biglietti aveva dimenticato dove li aveva messi. Quasi un segnale della Provvidenza. Tiziano val bene un biglietto. Due no però: a ricomprarmelo non ci ho pensato manco un secondo. Così non ho visto mister Tyzy. Mentre aspettavo il biglietto che non è arrivato, però, ho intravisto il fratello di Skellington. Non mi è sembrato che mi abbia notata ma se l’ha fatto immagino l’sms che può aver scritto al fratello: “Lo sai che al concerto di Tiziano Ferro c’era la sorella di Gloria?”. Peccato là fuori in attesa non ci fosse mia sorella gemella ma la sottoscritta in persona. In carne, ossa e ormoni scalpitanti per l’ugola d’oro di Latina.
Il mio cuore è grande e da quando l’amore se n’è sloggiato è rimasto molto spazio libero occupato dagli artisti più disparati da Le luci della centrale elettrica al signor Ferro di cui sopra.
A volte quando canto Indietro inizio a dimenarmi. Riuscite a immaginare Gregory House che balla?
Non ci voglio nemmeno pensare, alla repulsione che può suscitare una spastica che ancheggia. Tanto ormai sono sola come una tenia nello stomaco e non c’è più da preoccuparsi dell’effetto che faccio quando muovo il culo su e giù.
 
Soundtrack: Franco Battiato, Voglio vederti danzare
postato da sempreinbilico alle 16:32 del giorno domenica, giugno 07, 2009
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L’ etrangère

Fa caldo, un caldo assassino come nello Straniero di Camus. La pazzia è lì dietro l’angolo.
Comunque, follia a parte con quest’ afa ci si spoglia. Anch’ io vado in giro con canottiera e gonnellina. Con il risultato che ogni tanto qualche mia amica salta su a commentare:” Guarda che hai un corpo niente male”. Ci manca solo questa, adesso. Mannaggiamme. Non solo sono tanto intelligente ma viene fuori che sono anche sexy. Se non fosse che sono mezza paralizzata… Un vero peccato per il genere maschile, eh?
Calura a parte, mi è toccato ricominciare a vedermi un’altro sciancato.
“ Signorina, si recuperi il Dottor House”. E io lo sto recuperando come mi ha suggerito il prof, per aggiungere un po’ di contenuti al progetto della tesi. Lui la chiama la ciccia. Il risultato è che mi immagino la mia tesi di laurea (su Grey's Anatomy, ricordate?) come una donna obesa, tipo la Venere di Willendorf. O un quadro di Botero.
Apparentemente, sto andando fuori di testa.
Tra l’ altro il responsabile dell’ Hôtel des invalides mi ha messo alle strette sollecitandomi a firmare il contratto. Morale della favola: è ufficiale, da settembre passerò un anno lì.
Il tipo mi ha chiamato proprio mentre stavo dicendo a Beerman che non me la sentivo di andarci.
Ah, le meravigliose coincidenze della vita!
Che poi, ad essere sincera, non è che stessi proprio parlando con Beerman. Diciamo che stavo manifestandogli la mia disillusione. O meglio, stavo singhiozzando disperatamente in sua (basita) presenza, al grido di: “Col cazzo che vado lì!”.
In ogni caso adesso mi sono data una calmata, la settimana prossima andrò a firmare il contratto, e intanto provo a guardare ai prossimi mesi con disincantato cinismo.
Quel simpatico diagnosta del New Jersey, evidentemente, qualcosa insegna.
postato da sempreinbilico alle 17:32 del giorno domenica, maggio 31, 2009
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Milano, su un muro



Talvolta ci si sente un buco nero (leggasi: la sottoscritta è stata  risucchiata in un abisso di depressione). Ma proprio per questo diventa confortante la consapevolezza di  non essere il centro del mondo. E’ bello sapere che su qualcun altro, adesso, sta splendendo il sole. E la possibilità di una storia nuova.
Consiglio: stampate questa foto (scattata per caso il giorno della mia prima visita all’ Hôtel des invalides) e regalatela alla persona del cuore.

postato da sempreinbilico alle 15:30 del giorno domenica, maggio 24, 2009

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