Lucine
Ieri sera, rientrando, ho effettuato una deviazione di percorso in libreria. Una nuova, il punto vendita di una grande catena, in cui non ero mai stata. Buona parte del piano terra è costituito da un soppalco. Probabilmente perché ero stanca, ho fatto proprio fatica a salire il gradino. Di fare un giro al primo piano manco a parlarne: c’è una rampa di scale piuttosto ripida, che stanca com’ero mi sembrava una zigurat. Non mi sono informata sulla presenza o meno di ascensori: l’ ho considerato un segno del destino e ho preso una copia di Memoriale del convento, impilato proprio vicino all’ingresso, ho pagato, sono uscita e tanti saluti al cazzo.
Ammetto che però, la vicenda mi ha lasciato addosso una certa tristezza. Va bene il rischio di ammazzarmi su e giù da metro e tram ma mi è difficile tollerare limitazioni di movimento in libreria. La prossima volta chiedo. Forse l’ascensore c’era e io non l’ho visto.
Sempre restando in tema di libri vorrei ringraziare anche da qui un utente di Anobii, praticamente uno sconosciuto, che qualche settimana fa si è offerto di prestare a me - una perfetta estranea - la sua copia di il Cielo e la terra, un romanzo di Carlo Coccioli praticamente introvabile. Dal momento che abitiamo decisamente lontani il libro mi è arrivato per posta.
Oltre ha essere un libro stupendo, stratificato e complesso ho scoperto che l’edizione che mi è stata prestata ha pure un certo valore economico. Ieri mattina, navigando in rete, ho scoperto che una copia della prima edizione del Cielo e la terra, uscita per Vallecchi nel 1950 vale circa 55 euro.
E’ la stessa edizione che ho avuto tra le mani.
L’ ex sconosciuto di Anobii qualche settimana fa mi ha scritto :«Se vuoi te lo presto (quello oppure l’L’erede di Montezuma). A fare un piego di libri ci metto un attimo e spendo poco. Quando hai finito (con tutta la calma), me lo rispedisci».
Quant’è stato generoso? E fiducioso, soprattutto.
Grazie Giacomo, grazie ancora.
Persone del genere addolciscono la fatica di vivere in un mondo pieno di stronzi, barriere architettoniche e case editrici ottundenti, che non hanno le palle di ristampare certi fertilizzanti dell’anima come il romanzo di Coccioli.
“Non c’è giorno banale per chi è nata male”
Qualche volta, gli slogan pubblicitari ci azzeccano. Scoprire, agli albori di una mattinata che preannuncia nera, di poter ascoltare in streaming l’ultimo album degli Zen Circus non ha prezzo.

Per fortuna mi hanno cambiato stanza. Mi hanno assegnato l’unica stanza dell’ ultimo piano senza piatto doccia nel bagno. Adesso riesco a farmi la doccia senza dovermi aggrappare alla maniglia della porta per uscire, ed è una bella conquista. Che non voglio assolutamente sminuire. Anche se nella nuova stanza non riesco ad aprire la finestra, che è un abbaino, dal momento che sto in un sottotetto. E’ troppo in alto e non ci arrivo. Qualche giorno fa ho lasciato un biglietto (reader-friendly, beninteso) sotto la porta dell’ ufficio dei gestori chiedendogli una qualche soluzione al problema.
La mia coinquilina mi ha raccontato che uno dei responsabili nel pomeriggio è salito a dare un’ occhiata. Lei gli ha spiegato in due parole il problema. E lui ha ribattuto: «Ma mia moglie quando non arriva da qualche parte sale su una sedia!»
(E no, lo so cosa state pensando, ma mi sono informata in seguito e sua moglie non sembra affetta da handicap motori).
La coinquilina dopo qualche attimo di smarrimento ha chiesto: «Vogliamo provare a mettere Gloria su una sedia?».
E raccontandomi l’accaduto ha aggiunto: «E che cazzo, ho pensato. Che cosa devi fare secondo loro per aprirti una finestra? Le Cirque du soleil ?».
Per la prima volta da quando ho iniziato, questa settimana nemmeno al lavoro è andata bene. Nel senso che, da martedì, non ci sono andata proprio visto che mi sono beccata l’influenza.
Ma l’influenza all’ ultimo piano dell’ Hdi può rivelarsi un problema se il riscaldamento è guasto.
Morale: mercoledì pomeriggio mio padre che si trovava a Torino ha fatto una deviazione con il camion ed è venuto a raccattare la sua febbricitante figliola.
Durante il viaggio gli ho raccontato della discussione che ho avuto lunedì sera con l’ amministratore. Nel pomeriggio mia madre lo aveva chiamato per sollecitare la risoluzione di alcuni problemi logistici, tipo il telo doccia che non impedisce l’ allagamento del bagno.Fatta da me segnalato e dai gestori ignorato. Apriti cielo. L’ amministratore ne è rimasto molto sorpreso. In effetti, ha detto a mia madre, aveva capito che c’ era qualcosa che non andava. In effetti non mi hanno più vista tanto lì in giro. I responsabili percepiscono una certa tensione da parte mia, ha detto il responsabile a mia madre, come se Gloria avesse tirato su un muro.
«Guardi» fa mia mamma «se si riferisce al fatto che mia figlia cena fuori tutte le sere gliel’ abbiamo detto io e mio marito. Se torna esausta è meglio che non si metta a padellare. E’ un rischio per la sua sicurezza e quella altrui. Senza contare che ci mette molto più tempo a pulire».
L’ amministratore sembra cadere dalle nuvole: non lo sapeva e lui e gli altri membri dello staff sono disponibili a darmi tutto l’ aiuto possibile.
Così si conclude la telefonata tra mia madre e il responsabile.
La sera parlando con me precisa che purtroppo l’aiuto e l’assistenza si pagano e io lì dentro ho un contratto da normodotata.
Gli ho spiegato che, dal mio punto di vista, parlando molto onestamente in una scala che va dalla totale autonomia fisica alla completa disabilità mi considero circa a metà.
«No Gloria. Tu sei molto più che a metà. Sei intelligente, hai un lavoro, e sei consapevole di quanto sia importante. E poi hai sviluppato un sacco di abilità relazionali».
Peccato che il mio impegno in redazione e le mie capacità a rapportarmi non mi aiutino ad asciugare la doccia allagata o a salire e scendere dalla metro, o a farmi le scale, o a scolare la pasta.
Sono rimasta basita.
Ho provato a spiegarglielo e ho aggiunto,sospirando, un dettaglio personale: «Guarda per me è stata dura sentirmi dire da amiche con cui pensavo di prender casa che i miei problemi di salute li percepivano come una grossa responsabilità. E’ anche per questo che ho accettato di venire qui. Poi arrivo e scopro che devo considerarmi una persona perfettamente in salute». Ci sta che non mi dai una mano a lavare il piatto se non è previsto dal contratto. Però per favore non lamentarti se mangio fuori.
Quando gliel’ ho raccontato mio padre ha detto che mentre lui sosteneva che ero in buona salute avrei dovuto tirare fuori il certificato di disabilità e sbattergli sotto il naso il foglio con la mia percentuale (decisamente bella alta) di invalidità.
Ma mi imbarazza. Non tanto perché su quel foglio c’è scritto 100%, quanto perché facendo una gesto del genere mi sembra di dare dichiaratamente dell’imbecille al mio interlocutore. Che sì, probabilmente non è un’ aquila ma renderlo manifesto non migliorerà la situazione.
Situazione che inizia a sembrarmi surreale.
Che poi, se sveglio/ intelligente/ consapevole fossero davvero sinonimi di normo allora il mondo non sarebbe forse un posto di handicappati?
"L' uomo più saggio che ho conosciuto in vita mia non sapeva né leggere né scrivere" .
«Chi odia i Terroni/ Chi ha crisi interiori/ Chi scava nei cuori/ Chi legge la mano/ Chi regna sovrano…»
Ci metto un’ ora ad andare in ufficio. E un’ora a tornare. Attraverso tutta la città da nord a sud. Con metrò e tram. L’ altro giorno mi veniva in mente che Balzac (forse in Splendori e miserie delle cortigiane) accennava alla nascita degli omnibus, i progenitori dell’ attuale trasporto pubblico.
Viaggiare sui mezzi pubblici suggerisce innumerevoli spunti per una versione contemporanea della Commedia umana. Nel corso del mio tragitto quotidiano vedo ogni giorno il lusso e la miseria, ricchezza e sporcizia. Facce e tipologie umana suggestive dai garage a Milano nord, passando per via Montenapoleone fino a Porta Genova e i Navigli di Milano sud. Il paesaggio urbano e la sua fauna mi hanno sempre solleticato l’ immaginazione. Mi ricordo che tre anni fa, al mio arrivo a Milano rimasi esterrefatta davanti all’ esercito di maggiordomi e colf che portavano a spasso i cani dei loro padroni. Un altro fenomeno curioso che mi colpì molto all’ epoca era il fatto che si finisse a salutare i mendicanti che si incontravano ogni giorno andando in università. Ognuno aveva il suo posto fisso. C’ erano quelli che, seduti sulle scale della metro, si spostavano per farmi passare senza bisogno che glielo chiedessi. Gentilissimi davvero.
Ecco, se c’è una cosa figa nell’ essere handicappati è quella che ti costringe a tenere sotto controllo i pregiudizi. Un appoggio per salire un gradino può esserti offerto da un immigrato sudamericano o da un super manager di quelli diretti in piazza Cordusio.
Sì, decisamente il lungo e faticoso viaggio di ogni giorno in questa prima settimana di lavoro è stato denso di spunti e riflessioni che mi hanno ripagato, almeno in parte, della fatica massacrante.
Forse però da lunedì proverò a leggere sul tram.
Il capo si è ricordato di una mia vecchia richiesta e mi ha prestato Piccolo Karma di Carlo Coccioli che secondo me è un grandissimo («Dio, chiunque Tu sia, mantienimi separato dalle complicazioni letterarie» p. 14).
Quanto al ménage domestico ammetto di aver gettato giosamente la spugna, quando ho scoperto che alla trattoria qui di fronte posso mangiarmi un piatto di pasta a meno di quattro euro risparmiandomi rischi e fatica di armeggiamenti in cucina.
Che a proposito, stamattina era un vero cesso.
E se penso allo sforzo fisico che ho fatto per lasciare pulito ieri sera, malgrado la stanchezza, sinceramente mi girano un po’ i coglioni.
Io, un’ accattona che mi aggredisce alla fermata dell’ autobus, entrando in un’ ottica di estremo cinismo, la posso pure capire. Vi assicuro che non è divertente:se una deficiente alta un metro e un cazzo ti mette con le spalle al muro e si mette a frugare nella tua borsa un po’ i coglioni ti girano.
“Dammi i soldi o ti ammasso”.
Lei rideva, e io ero basita.
Strada deserta, non era manco l’ una di pomeriggio. Pioveva.
Il primo impulso è stato quello di darle uno spintone e scappare a gambe levate.
Ma poi mi sono ricordata, ah già sono handicappata: ho una mano sola per spintonarla e non posso mettermi a correre. Se quella lì mi strattona e mi butta in mezzo alla strada finisco spiaccicata sotto le ruote del primo veicolo che passa.
Quindi non ho reagito e ho fatto un accorato ciao ciao ai miei venticinque euro.
Un’ aggressione di questo tipo la capisco. Non la giustifico ma non mi sorprende.
Quello che mi sorprende è che l’ atteggiamento dell’ amministratore di Les Invalides. Ha paura che lasci la stanza. Ma tanto io ho già pagato fino a gennaio.
Gli ho raccontato dei problemi che ho con i mezzi e l’ unica cosa che ha saputo dire è stata: “Hai provato con la 91?”.
Siccome non lascio niente di intentato il giorno con una mia amica dopo ho provato pure la 91 ma la vettura è talmente stretta e gremita che non sono riuscita a scendere da sola.
L’ amministratore dice che non ho problemi di salute visibili: strano perché io quando sono molto stanca tremo più di un budino di gelatina. E non riesco a sollevare la gamba per salire sul marciapiede.
Mi ha detto: “Ma tu non sei come XXXX (e mi fa il nome di una donna completamente paralizzata”.
Avrei voluto rispondere che XXXX non lavora, e non esce mai da sola. Il punto è che sentivo l’ irritazione crescermi dentro e non sapevo con quale tono mi sarebbero uscite le parole.
Malgrado queste disavventure abitative lunedì inizio il lavoro e ammetto che ho un sacco di voglia nel cimentarmi con questa cosa.
Cercherò di tenere sotto controllo l’ ansia di due ore giornaliere di viaggio attraverso Milano.
Ho entusiasmo e volontà.
Per quanto riguarda la possibilità di essere aggredita o di stramazzare per strada a causa della stanchezza, manderò in giornata un sms all’ Onnipotente sperando che mi accordi la sua protezione.
Sincera e gratuita.
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